Ciao! Per un po' non aggiornerò il mio blog, ma so tutto di te...

Sign by Danasoft - For Backgrounds and Layouts

mercoledì 22 ottobre 2008

R.P.

Nel 2001 mi rubarono il portafoglio in ufficio. E chissenefrega, potreste dire voi. Le conseguenze di questo fatto, però, sono davvero notevoli e anche esilaranti, per cui ve le racconto.
Intanto fu già comico il modo in cui il ladro – sono quasi sicuro che fosse un uomo - usò la carta di credito: spese quasi un milione (c’erano ancora le lire) in un salone di bellezza, in meno di due ore; e quanto mai sarà stata brutta, la sua bella… Si comprò anche uno stereo, e poi esaurì quello che restava del plafond in buoni benzina.
Io feci la denuncia, riebbi quasi tutti i soldi dall’assicurazione, mi rifeci i documenti e pensai di poterci mettere una pietra sopra… E invece era solo l’inizio dell’incubo.
Dopo pochi mesi, mi arriva una convocazione dai carabinieri: vado e mi contestano una truffa a una concessionaria che aveva fruttato al truffatore una Porche da duecento milioni. Un tizio con i miei documenti, infatti, aveva trovato il modo di farsela consegnare dietro un anticipo ridicolo, e poi era sparito. Mi ci volle una mezza mattinata per convincerli che il tizio non ero io, nonostante la regolare denuncia di furto che avevo fatto all’epoca e la misera Peugeot 106 carta da zucchero parcheggiata appena fuori la caserma.
Da quel giorno, la capatina dai carabinieri divenne un’abitudine, tipo quelle gite culturali che uno si concede una volta ogni due o tre mesi; e siccome li pagano per essere sospettosi, i carabinieri, quelli interpretavano ogni volta al meglio il loro ruolo di probi tutori dell’ordine e mi torchiavano per un paio d’ore. Tra l’altro non erano mai gli stessi, per cui mi sono anche fatto una bella cultura sugli arredi interni delle caserme di mezza Roma e parte della provincia.
Finalmente, dopo un quattro anni dal fatto, arriva una convocazione che solo in apparenza era come tutte le altre: mi presento alla caserma di Tor di Quinto, mi fanno accomodare in sala d’attesa e… non succede più niente.
Io ho fretta di tornare al lavoro, comincio a sbuffare, passeggio nervoso, do chiarissimi segni di insofferenza, ma niente. Insieme a me attende una coppia di persone di una certa età, sono un po’ più pazienti di me, ma insomma, anche loro alla fine si innervosiscono. Chiamiamo il piantone – a vederlo pareva che avesse dodici anni -, facciamo una mezza scenata, quello si mortifica e diventa piccolo piccolo, farfuglia che il maresciallo è stato bloccato da un imprevisto, un’ispezione improvvisa, diventa tutto rosso, ci inteneriamo e lo lasciamo stare, ormai rassegnati al nostro destino. Ci rimettiamo seduti, siamo lì da quasi due ore, che fare?
Chiacchieriamo, io racconto la mia disavventura e loro fanno lo stesso; sono anche loro vittime di una truffa, hanno una pellicceria e si sono fatti abbagliare da un signore rispettabilissimo all’apparenza, molto elegante, accompagnato da una bambina – ispirano sempre fiducia -, che si è portato via venti milioni di pellicce pagando con assegni che quando la signora è andata in banca a versarli è stata trattata come se fosse lei, la ladra, e il cassiere ha pure chiamato i carabinieri. Adesso sono qui per chiarire questa storia e raccontare la loro versione dei fatti; il conto l’hanno chiuso, erano clienti da anni ed essere trattati in quel modo, insomma…non gli è garbato molto.
E chiacchieriamo per un’altra ora e mezza, alla fine ci rilassiamo, quasi ci scordiamo pure perché siamo lì, sospesi in quel limbo – una stanza squallidissima arredata con due panche di legno e un tavolo decrepito – in attesa che qualcosa succeda…
E infine la nostra attesa è premiata: appare il maresciallo, che si scusa, arrossisce pure lui, è costernato, eccetera eccetera; convoca prima la coppia, e restando da solo ho il tempo di pensare, e finalmente capisco: questi immensi bischeri hanno voluto fare un confronto all’amatriciana tra truffati e presunto truffatore, perché evidentemente non se l’erano mai levato dalla testa il sospetto che in realtà fossi stato io ad architettare tutto, compreso un falso furto di documenti. Quasi quattro ore mi hanno lasciato a bagnomaria con quei due poveracci, perché evidentemente una mezz’oretta non gli bastava. Quando vedo la coppia allontanarsi entro furente dal maresciallo, ma figuratevi se quello era disposto ad ammettere la furbata: è stato un caso, sì certo che il truffatore era lo stesso, ma io non dovevo assolutamente pensare a quello a cui avevo pensato, e poi in fondo mi doveva dare una buona notizia, l’avevano appena arrestato; non aveva confessato, ma le prove erano tali da poterlo inchiodare; tra le prove essendo compresa, suppongo, la pagliacciata di quella mattina, con me protagonista. Rapida consultazione telefonica con l’amico avvocato – Ma che voi denuncià, ma che sei scemo? Quello nun c’ha ‘na lira, co’ che te paga? Va affinì che paghi tu a me, e a te nun te paga nessuno.
Vabbè, OK, dico, lasciamo stare la cosa così. Non lo denuncio, basta che quest’incubo finisca qui.
Ma è un pia illusione: a febbraio di quest’anno (2008, sono passati sette anni dal furto) mi arriva una convocazione in tribunale, quale teste a carico di tale R.P.; presentarsi il giorno X, all’ora Y, a piazzale Clodio. Punto.
Ohibò, ma chi è R.P.? E io che ne so delle sue eventuali malefatte? Provo a informarmi, ma è assolutamente impossibile: nella convocazione non c’è un numero di telefono, un ufficio informazioni, niente. Non resta che andare al buio, e così faccio.
All’ingresso della palazzina, dove accedo dopo fila, raggi X e perquisizione, c’è un gabbiotto con su scritto “Ufficio informazioni” e poi, sotto, un cartello: “Chiuso per guasto tecnico”. Si sarà rotta la sedia? Comunque capisco l’antifona, rinuncio alle informazioni e vado direttamente in aula. Sul mio documento c’era scritto di presentarsi alle 11, e infatti a quell’ora arriviamo, puntuali e tutti insieme, una mandria di testimoni. E che avrà fatto mai, R.P.?
Ma è solo che loro i testi li convocano all’ingrosso, poi decidono lì per lì da quale processo cominciare, e il mio naturalmente è l’ultimo. In tribunale non c’ero andato mai, devo dire che quella mattina mi sono fatto una autentica cultura di penale. L’unica cosa che non capivo era perché non si pronunciasse una sentenza che era una, ma solo rinvii. Una volta mancava un teste chiave che era in ospedale, un’altra volta c’era un vizio di forma, e poi invasioni di cavallette, inondazioni del Tevere, atterraggi di UFO, qualsiasi cosa fosse idonea a impedire il pronunciamento.
Quando è toccato a me, il rinvio è arrivato ancora prima di cominciare: il cancelliere si è alzato e ha annunciato che R. P. (ma chi sarà mai costui?) non c’era – giustamente, ci ha tenuto a dire – perché lui aveva eletto domicilio presso l’avvocato Leguleio Azzeccagarbugli, ma aveva scelto come difensore l’avvocato Codicillo Azzeccagarbugli, e proprio all’indirizzo di quest’utimo era stata inviata la convocazione, non al domicilio eletto, per cui R.P. era assente (giustificato) per colpa del cancelliere (che era lui che stava parlando). E non potevasi procedere.
Sfatto e scoraggiato mi avvio all’uscio, inseguito però dal pubblico ministero che mi riconvoca a voce per il 17 ottobre, cinque mesi dopo. Ma non mi dice chi sia R.P., né cosa abbia fatto. Uscendo, però, vedo un tizio che mi pare di conoscere; lo avvicino, gli chiedo se pure lui si trovasse lì per R.P. e quello mi dice sì, è lui che l’ha arrestato. Allora guardo meglio e lo vedo, sì, è proprio il maresciallo di Tor di Quinto, così adesso finalmente so chi è R.P., e soprattutto cosa ci si aspetta che io dica.
Premesso che in tutto questo tempo più nessuna convocazione – nemmeno un memo – mi è giunta, il 17 ottobre mi sono ricordato per miracolo che dovevo tornare in tribunale. Solita trafila: perquisizione, raggi X, gabbiotto delle informazioni ancora “Chiuso per guasto tecnico” – e quanto ci vorrà mai ad aggiustare una sedia! – e nessuno che mi sappia dire dove devo andare. Per fortuna mi ricordo dove sono andato l’altra volta, e per puro culo l’aula del processo è ancora quella. Ma non si farà il processo, dice il cancelliere, perché è sciopero, appunto, dei cancellieri. – E allora lei che ci fa qui? – Ma per dire ai testi e al pubblico ministero (una vera bellezza, almeno questo lo devo dire) che sono in sciopero, non è chiaro? A me tanto chiaro non è, però lui pare convinto, e tocca abbozzare. Me ne vado, ancora più sconsolato della volta precedente. Non so nemmeno quando dovrò tornare, perché se lo voglio sapere devo aspettare almeno un’altra ora che scenda il giudice. Per le scale mi si affianca una fata. Non è il PM, è ancora più bella, si presenta come il nuovo avvocato di R.P., non capisco cosa voglia, facciamo qualche rampa di scale insieme, mi parla come se fossi un teste a discarico, invece del principale teste dell’accusa. Mah. Mi saluta, se ne va sculettante nel suo tailleur. E io resto lì con una domanda, una sola, che non ho il coraggio di pregarla di porre per me al suo assistito, a R.P.: ma quei quattro milioni che m’hai fregato non me li potevi chiedere, che io te ne davo pure il doppio e la Porche te la compravo io, pur di evitare questa persecuzione?
Naturalmente, alla fermata dell’autobus scopro che è sciopero pure dei mezzi pubblici. Taxi manco a parlarne, il lavoro aspetta e impelle. Da piazzale Clodio a Via Nazionale saranno buoni quattro chilometri. Indovinate un po’ come se li è fatti il vostro GPZ? R.P., R.P…. se solo potessi averti tra le mani...

martedì 30 settembre 2008

Il posto magico



Almeno stasera voglio astenermi dal parlare male di qualcosa o di qualcuno. Pare quasi che gente come me viva solo per sputare veleno sul mondo, quando l’unica cosa che davvero mi sento di rimproverami, rispetto al mondo, è di amarlo troppo. Molti non capiranno questo che pare un ossimoro, ma le persone che mi interessano capiranno benissimo, e gli altri tanto non sanno manco cos’è un ossimoro; se sono capitati qui per caso hanno già smesso di leggere, e comunque non vale la pena di perdere tempo a scrivere per loro. Sciò!
Dunque, miei selezionatissimi lettori, oggi parlerò di quello che è forse il luogo che più amo al mondo; non pretendo che sia il più bello, e però bello lo è davvero. Di tutti quelli che ci ho portato (e sono tanti, l’ultima proprio sabato scorso) nessuno è mai rimasto deluso, e quindi facciamo parlare le immagini, anche se non rendono piena giustizia alla magia del posto.







Bello, eh?
E allora sappiate che il GPZ in questo posto ci è nato, e anche ora che il lavoro lo relega nell’ambiente urbano, tra catrame e cemento come il ragazzo della via Gluck, non perde occasione di tornarci.
E’ il luogo dove sta il mio cuore, il posto dove vado a godere delle cose che amo di più e dove mi rifugio quando ho bisogno di leccarmi le ferite. Quando sono immerso in quel mondo tutto mi appare così naturale e così giusto che, come dice Branduardi, "forse anche morire non fa male": tutto può starci, in fondo, sempre di natura si tratta, e non ci sarebbe da farne un dramma.
Ma siamo vivi, per fortuna, e questa meraviglia ce la possiamo godere. Quante cose potrei raccontare su questo posto, che non interesserebbero nessuno, ma che io non mi stancherei mai di narrare: le scorribande da bambino, le scampagnate da ragazzo (quelle con le ragazze erano chiaramente le più belle), le battaglie giovanili del mio gruppo di ventenni visionari che riuscì infine a far dichiarare tutta quest’area riserva naturale integrale, come è ancora oggi, anche se non so per quanto ancora, con l’aria che tira e con le aggressioni speculative incessanti di cui tuttora è oggetto questo territorio; ma si facciano pure avanti, finora questi speculatorucoli sono sempre tornati a casa con le corna rotte, quando hanno provato a toccare questo gioiello: il GPZ e la sua tribù non solo l’hanno fatta, la riserva naturale, ma la difendono con i denti.
Insomma, passa tutto per questo posto: il mio affacciarmi al mondo, il modo in cui ho imparato a conoscerlo, il mio romanzo di formazione, la passione per la natura della mia maturità.
Andate a conoscerlo, vi accoglierà.

venerdì 8 agosto 2008

Antropologia post ospedaliera

Dedico un post al ministro Brunetta, che ovviamente non lo leggerà non per quello che pensate voi tutti, miei milioni e milioni di lettori, ma perché sempre rifuggirà – lui, criceto fellone! – dal confronto con l’intelligenza della mente superiore dei gattopuzzi.
Ricorderete che un mesetto e mezzo fa il GPZ ha avuto un problemino di salute che lo aveva fatto includere nella lista delle specie a rischio estinzione, in quanto unico rappresentante del suo ramo tassonomico. Proprio a questa unicità si deve l’abnegazione con cui si sono prodigati medici e infermieri (tutti animalisti) che gli hanno salvato la pelliccia.
Siccome sta per salpare le ancore alla volta della Corsica, il Gattopuzzus previdens previdens ha pensato di andare a ritirare la sua cartella clinica, potenzialmente utile (con i debiti scongiuri, anche quelli meno urbani) ai veterinari indigeni dell’isola, in caso di reiterato rischio per la pelliccia grigia di cui sopra.
Quindi raggiungo l’ufficio a piedi, sotto il sole cocente, entro, do un’occhiata intorno; quando ero venuto a fare la richiesta, appena dimesso, ero ancora troppo intronato per apprezzare il luogo, che è a suo modo carico di atmosfera, di un suo fascino languido vagamente sudamericano, nella calura agostana: porta sgarrupata con androncino che si atteggia a sala d’attesa, invaso da due sedie scompagnate e una poltrona, tutte rigorosamente esposte al sole; utenti in attesa palliducci e appiccicaticci, pavimento sbrecciato, muri onusti di scritte lasciate a perenne memoria del loro passaggio da generazioni antichissime di impiegati che, a giudicare dagli strati di inchiostro sui muri, devono aver cominciato a scriverci sopra già ai tempi dello Stato Pontificio, e magari ci sono anche i graffiti originari di qualche amanuense di San Camillo, addetto alla copiatura manuale delle cartelle.
Quando avevo chiesto la cartella, il giorno stesso che ero stato messo alla porta (i gattopuzzi non sono ammessi nei locali pubblici, se non per il tempo strettamente indispensabile), avevo notato che c’era scritto grosso così, sulla vetrina dello sportello (con ditate d’ordinanza), che ci voleva un mese, e anche che era meglio telefonare prima di passare a ritirarla; il GPZ, essendosi ricordato della cosa dopo più di un mese e mezzo, ha pensato bene di andarci senza telefonare, e ha fatto male, perché ovviamente - ma che fa, nun me telefona? Mica è pronta... - lo salutò la voce gutturale da dietro lo sportello, dove se ne stava piantata una signora.
D’istinto, il GPZ ha riconosciuto la sfida: la signora mi guatava da dietro il vetro con sguardo infido ma all’apparenza servizievole, lo conosco, è lo sguardo di battaglia dell’addetto al pubblico rotto a mille e mille scontri contro gli utenti più perniciosi, - altro che una mammoletta come te - , sembra apostrofarmi.
Io, a dire la verità, ero ancora intrippato a contemplare l’ambiente, al quale la signora si intonava perfettamente, con la sua permanentina e i dentoni da coniglio, la postura un po’ gobba, l’aria sfatta.
Dietro le sue spalle si intravedevano scrivanie abbandonate invase da pile e pile di carte polverose, da far fantasticare di papiri e pergamene persi da secoli, densi di chissà quali misteri e naufragati lì, direttamente dalla biblioteca di Alessandria.
Ma lei continua a guardarmi con i dentoni di fuori, che non si capisce se è per un sorriso o perché è lì che li tiene abitualmente, e capisco che non ho molta scelta, devo raccogliere il guanto di sfida, e quindi provo ad attaccare, così, tanto per saggiare le difese dell'avversario - No, scusi, ma come fa a sapere che non è pronta se non controlla? Io l’ho chiesta più di un mese e mezzo fa… - Seee… ma semo pieni de lavoro… nun ce se la fa a fa’ tutto in tempo… apposta ce dovete telefonà…se lei me telefonava io je lo dicevo che era mejo che nun veniva, magari la facevo venì lunedì… ancora manco me l’hanno portata giù, e je la devo pure fotocopià... E’ proprio tosta, un esemplare perfettamente adattato al suo habitat; non si scompone neppure, speranze di scalfirla praticamente nessuna. Ogni fibra del suo essere ribadisce fermamente “no pasaran”, inutile farsi illusioni. Una roccia. Ci penso solo un attimo, perché il GPZ sa riconoscere la superiorità dell’avversario, capisce quando è il caso di offrire una resa incondizionata, sperando nello spirito cavalleresco del nemico – Va bene signora – esordisco con le orecchie basse e la coda tra le gambe – purtroppo non avevo capito che telefonare era necessario… certo è un problema, sa, questa cosa che mi è capitata mi ha spaventato davvero molto, e adesso partire in vacanza senza avere la cartella clinica… starò in ansia tutto il tempo… se mi succede qualcosa… è proprio un guaio, devo partire sabato (che non è vero, n.d.r.)...- e la guardo implorante, mentre con il corpo assumo la posizione di chi se ne sta per andare scornato. E – miracolo! – breccia è fatta: - aspetti ‘n’attimo, vedemo un po’… Come ha detto che se chiama, lei? Ah, guarda che caso, sta qui… me l’hanno portata proprio stamattina… certo, mica po’ pretende che je la faccio subbito, però magari se lei venerdì po’ passà je la faccio trovà pronta…- davvero, signora? Sarebbe una salvezza, magari potesse farmi questa cortesia, guardi, mi salva letteralmente le ferie, sennò non me le sarei godute per niente, lo so… - ma se figuri, quando se po’… che problema c’è? Stamo qui apposta... E poi lei lo chiede con gentilezza, sapesse quanta gente c’è che ruga, lo pretende… e che se credono, che qui nun ch’avemo niente da fa’? – Ma quando mai, signora, sono un dipendente pubblico anch’io (che è vero a metà, il posto in cui lavora il GPZ ancora non si sa di chi è, n.d.r.), lo so quello che succede da quando è cominciata questa storia dei fannulloni... Non mi permetterei mai di mettere in dubbio la buona volontà di una collega... - Eh, lei ragiona bene... ma mica so’ tutti così... e però la prossima volta telefoni, eh? Che mica je posso venì sempre incontro come oggi... - Ma certo signora (il GPZ dice questo avendo ormai voltato le spalle per potersi meglio grattare i gioielli, dato che la signora ha anche una vaga aria da iettatrice), e poi (ridendo) spero di non averne più bisogno! Buongiorno e grazie ancora – Bongiorno, allora se ricordi, venerdì mattina...
A parte l’incommensurabile ruffianeria del GPZ, cosa potrebbe dimostrare questo scambio al destinatario di questo post? Cioè all’ineffabile e cazzuto ministro Brunetta?
Ma l’abbiamo fatta anche troppo lunga, per oggi: rinviamo la dimostrazione ad altra data, magari domani, così almeno so già cosa scrivere...

lunedì 4 agosto 2008

Il guru

Mi hanno raccontato una cosa che mi ha fatto morire dal ridere. Poi però, tutte le volte che ho provato a ri-raccontarla, sono incappato nello scetticismo dell’ascoltatore. Io di fronte a una storia allegra o curiosa ho deciso di sospendere del tutto lo scetticismo, e di crederci per partito preso: intanto la realtà spesso supera anche le fantasie più sfrenate, e poi perché privarsi di una bella risata solo per fare mostra di essere uomini di mondo? Serve a qualcosa?
Dunque, la storia è questa: pare che qualche tempo fa il figlio di Al Bano, Yari, abbia fatto un viaggio in India, e ad un certo punto qualcuno gli abbia parlato di un grande guru, in odore di santità, che attirava folle oceaniche. Il guru si trovava in un posto lontanissimo e pare che Yari non sia particolarmente interessato alle filosofie orientali, ma… per una volta si lascia vincere dalla curiosità – in fondo in India non è che ci si torni tutti i giorni, e un guru è comunque una parte importante dello spirito del luogo – e decide di andare anche lui.
E quindi eccolo andare in stazione, salire su un treno indiano (che è un’esperienza mistica non inferiore all’incontro con il guru), sciropparsi un paio di giorni di sballottamenti, di olezzi e accalcamenti, e infine giungere nel posto dove il guru riceve i suoi devoti.
Naturalmente gli tocca mettersi in fila in mezzo a una turba oceanica di poveri, derelitti cenciosi, malati di varie malattie con prevalenza di lebbrosi, semplici turisti come lui e varia umanità. Sta in fila non meno di due giorni, dormendo in terra, all’aperto e acquisendo pian piano un aspetto del tutto simile a quello della turba di pellegrini locali, e infine arriva il suo turno: entra nell’antro del guru.
Solo che, giunto lì, non sa bene di cosa parlare: si guarda intorno, il sant’uomo se ne sta completamente immobile davanti a lui, silenzioso, la barba chilometrica, seminudo, completamente assente al mondo che lo circonda, lo sguardo perso davanti a sé.
Però ormai è lì, qualcosa deve pur dire, e attacca incerto: “Hi… My name is Yari Carrisi… I’am the son of a very famous italian singer…” e a questo punto, inopinatamente, il santone si riscuote dalla sua atarassia: alza gli occhi sull’interlocutore, lo fissa come se solo in quel momento si fosse reso conto di avere davanti un altro essere umano, si scosta i capelli per vedere meglio, tra i peli della barba spunta una bocca, parole vengono articolate… E finalmente echeggia nell’antro la domanda del guru: “Meeeeee….. ma davvero ‘u figliu ‘e Albano sei?”. Tutto in purissimo dialetto di Manfredonia, dove in una –come dire - precedente incarnazione, il sant’uomo aveva esercitato la professione di elettrauto…
E qualcuno ha il coraggio di stare a sindacare se è vera oppure no? Ma certo che lo è! E poi scusate, ma in un paese che è stato capace di credere che qualcuno era pronto a comprarsi l’Alitalia per amore di bandiera, chi può avere il coraggio di mettere in dubbio financo l’esistenza di Babbo Natale? E questa storiella, in fondo, è molto più plausibile di quelle che ci vengono ammannite tutti i giorni, con la massima serietà, dai nostri TG nazionali. E in più fa ridere, mentre i TG fanno piangere, o più spesso cag….O no?

giovedì 3 luglio 2008

Un angelo con la penna in mano

Non mi piace dare pareri su libri che non ho ancora finito di leggere, ma questa volta mi tocca fare un'eccezione.
A dire la verità, Lo smeraldo dei garamanti - ricordi di un sahariano, di Theodore Monod, non non solo non l'ho ancora finito, ma avrò letto sì e no un centinaio di pagine, con una certa fatica oltretutto.
E allora?
Allora c'è che la fatica è colpa solo della mia ignoranza, perché il libro è un dono del cielo.
L'autore, prematuramente scomparso nel 2000 a 98 anni (certe persone dovrebbero stare tra noi per sempre!), è stato uno degli ultimi intellettuali di formazione ottocentesca, una di quelle persone allevate al senso del bello fin dalla più tenera età, e in possesso di una erudizione enciclopedica. A questo aggiungete uno spirito cristallino come una sorgente di alta montagna, e avrete un uomo letteralmente baciato dalla grazia. Naturalista per vocazione, umanista nel profondo, antimilitarista embedded nell'esercito francese al seguito del quale compiva le sue esplorazioni (era l'unico modo), Monod ha percorso in lungo e in largo il Sahara a dorso di cammello, dagli anni trenta fino ai novanta, portandosi sempre dietro una Bibbia e uno Shakespeare, oltre a qualche cassa di libri di botanica.
Il libro è disorganico, si tratta semplicemente di una raccolta dei suoi pensieri, delle sue fantasticherie e dei suoi disegni; ma che grazia insuperabile traspare da ogni riga, da ogni schizzo! Il periodare sembra cesellato, tanto è sempre appropriata la scelta delle parole, molte delle quali per noi desuete (di qui la fatica della lettura); un linguaggio ricchissimo pienamente sviluppato, al confronto del quale il nostro è monco, come sono monco e sgraziato io, adesso, mentre tento di rendere questa meraviglia con un vocabolario e una tecnica di scrittura che non valgono la prima elementare di quella generazione perduta di intellettuali enciclopedici.
E l'entusiasmo, la meraviglia di fronte alla natura; se ne può quasi sentire il profumo, come fosse una fragranza che si diffonde nell'aria mentre lo leggi. Ogni pagina gronda stupore e gratitudine per il creato, ciò che la maggior parte di noi perde non appena toglie i calzoni corti, e che questo signore si è portato dietro fin quasi a cent'anni (ma erano pochi, magari vivesse ancora, un uomo così). E c'è di più: c'è la fede, ma una fede che nemmeno per un attimo entra in conflitto con il rigore dello scienziato che Monod, pure, era. Ce ne fossero ancora oggi, di intellettuali così, la diatriba tra fede e ragione non sarebbe mai caduta in basso come è caduta, ridotta a disputa ringhiosa tra atei devoti e atei militanti. Probabilmente non sarebbe neppure stata riproposta: non chiedetemi come sia possibile, ma Monod é naturalmente scienziato e naturalmente religioso. E non emerge nessuna contraddizione da questa doppia valenza, anzi: le due dimensioni diventano una sola, si arricchiscono a vicenda.
Insomma: leggetelo. Magari armatevi di vocabolario, ma leggetelo.

giovedì 29 maggio 2008

Perché si scrive?

E va bene, cominciamo... Tanto, se aspetto di completare il layout, è probabile che andrò in pensione prima di riuscire a scrivere qualcosa.
E' strano, ho sempre scritto per qualcun altro: lettere, post su altri blog, relazioni di lavoro; e adesso mi ritrovo a scrivere per me, almeno finché questo blog non avrà preso forma. Ci sta bene una piccola riflessione.
Tanti anni fa vidi un bellissimo film di cui purtroppo non ricordo il titolo, che girava tutto intorno a una domanda che un musicista si sentiva continuamente rivolgere: per chi si suona? La risposta implicita - mi è sembrato di capire - è che si suona sempre per qualcuno, e così penso io della scrittura: si scrive per comunicare idee, se si ha talento per trasmettere emozioni; si scrive alla persona amata il proprio amore, o la propria rabbia se l'amore declina (chi non l'ha fatto?); al limite, si scrive per raccontare un fatto. E poi sì, si scrive anche per se stessi, cosa che io a dire la verità non ho fatto mai. E adesso è paradossale che io inizi a tenere il mio blog proprio scrivendo per me, non avendo la presunzione di avere alcun lettore, e lo faccia su un mezzo che per sua natura è votato alla massima condivisione. Mi sarà certamente utile, potrò fare un po' di introspezione e magari asciugare la mia prolissità. E quindi, caro il mio rarissimo lettore, se ti trovi a passare di qui, dai un'occhiata: non ho niente di particolare da narrare se non qualcosa di me, cioè di un uomo; e in fondo, lo sai, questo vuol dire che sto parlando anche di te.